COME se la cavano i pinguini con il riscaldamento climatico della Terra, lo scioglimento dei ghiacci (anche antartici) e la conseguente riduzione dei loro habitat? La risposta non è così scontata e univoca come a prima vista potrebbe sembrare. Intanto c’è pinguino e pinguino. Il Congresso ornitologico internazionale ha riconosciuto ben 18 specie di Spheniscidae, gli uccelli più acquatici del mondo: dodici vivono esclusivamente in Antartide e nelle acque che circondano il continente di ghiaccio, una in Africa australe, tre in Sud America, due tra Australia e Nuova Zelanda. E poi bisogna sfatare qualche mito. Non tutti i pinguini vivono sul ghiaccio, una specie si è stabilita addirittura a cavallo dell’equatore, sulle isole Galapagos; non tutte le specie mangiano solo krill.

La storia demografica dei pinguini, ricostruita grazie a minuziose analisi genetiche, racconta come i precedenti periodi di riscaldamento climatico degli ultimi 30mila anni abbiano favorito un’espansione delle popolazioni degli uccelli in frac. Tuttavia il cambiamento in corso è molto più rapido che in passato e incide sulle riserve oceaniche di krill, il principale alimento della maggior parte delle specie di pinguini. Anche l’uomo gioca la sua parte, con le sue azioni che si ripercuotono sul clima, con i disastri ambientali sempre più frequenti, con una pesca intensiva a tutte le latitudini.

La grande marcia dei pinguini dell’Antartide. In un recente studio, pubblicato su Nature Scientific Reports, Gemma Clucas e altri scienziati delle Università di Southampton e Oxford e della Woods Hole Oceanographic Institution hanno raccolto in diverse colonie sparse per la Penisola antartica piume e campioni di sangue di 537 pinguini appartenenti a tre diverse specie: pinguino di Adelia, pinguino dal collare, o antartico, e pinguino papua. Gemma Clucas riassume così la situazione: “Nonostante il riscaldamento attuale apra nuove opportunità, la rapidità con la quale si sta verificando, causa soprattutto delle attività umane, sta creando fra i pinguini molti perdenti e pochi vincitori”. In particolare, i pinguini di Adelia e i pinguini dal collare dell’Antartide stanno diminuendo rapidamente, e solo i papua hanno popolazioni stabili, anzi si stanno espandendo verso siti di nidificazione sempre più meridionali. Anche la dieta incide sull’andamento demografico delle popolazioni: i papua, oltre al krill, si nutrono di piccoli pesci. Come sempre nella storia dell’evoluzione delle specie, la capacità di adattamento ai cambiamenti è un’arma in più nella lotta alla sopravvivenza.

“Ogni anno intraprendono un viaggio impossibile per trovare un compagno. Per venti giorni e venti notti si mettono in marcia verso un luogo così estremo che non consente alcuna forma di vita. Nel più ostile posto del mondo l’amore trova una via”. Così viene descritto, romanticamente, il pinguino imperatore, nel celeberrimo film del 2005 La marcia dei pinguini. È la specie di pinguini più grande e quella che vive più a Sud, sui ghiacci e nei Mari antartici in latitudini comprese fra i 66° e 78° Sud. Ma questa popolazione, secondo i ricercatori inglesi di Southampton e Oxford, potrebbe calare drasticamente, del 19%, entro il 2100. La loro vita è strettamente legata alla presenza di ghiaccio marino nel loro habitat. Se scarseggia, scarseggiano anche le principali fonti di nutrimento dei pennuti antartici, se il ghiaccio è sovrabbondante, i pinguini devono compiere viaggi più lunghi per sfamare se stessi e i loro piccoli. Il global warming potrebbe alterare questo delicato equilibrio: non solo sciogliendo più in fretta i ghiacci, ma anche modificando il tenore e l’altezza delle onde, l’intensità e la direzione dei venti che a loro volta spostano il ghiaccio marino.

Già si contano le colonie in declino: a Capo Crozier il numero è in diminuzione fin dagli anni Settanta, stesso trend a Punta Geologia (Terra Adelia). La situazione più critica si sta verificando sulle coste prospicienti l’Oceano Indiano, le più colpite dall’aumento delle temperature. Come se non bastassero le conseguenze dei mutamenti climatici, i pinguini imperatori sono disturbati anche dal sorvolo degli elicotteri che riforniscono le basi scientifiche internazionali.

I pinguini equatoriali delle Galapagos. Buone notizie dalle Galapagos. Nelle isole che avevano affascinato Charles Darwin nel 1835 la popolazione di pinguini endemici, gli unici che vivono all’equatore e i più rari al mondo, è raddoppiata negli ultimi 30 anni, superando i mille esemplari. I piccoli pinguini, 48 centimetri d’altezza, dal 2000 nella lista delle specie in via d’estinzione, erano calati drasticamente per le temperature insolitamente calde causate da El Nino e per l’introduzione nelle isole di cani, gatti e ratti. Uno studio pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters attribuisce l’attuale crescita del numero di questi uccelli ai cambiamenti climatici e alla variabilità naturale, che hanno modificato l’intensità e la durata dei venti alisei e di alcune correnti oceaniche. I pinguini delle Galapagos vivono prevalentemente sulle coste delle due isole più occidentali dell’arcipelago, Isabela e Fernandina, e si tuffano in un braccio di mare dove l’acqua è più fredda che altrove. Gli studiosi hanno scoperto cambiamenti nelle correnti marine che hanno ampliato la superficie fredda, estendendola verso nord di circa 35 chilometri. La temperatura dell’acqua, inferiore a 22 gradi, ha favorito l’aumento dei nutrienti, alghe e pesci, e i pinguini sembrano aver gradito.

Gli scienziati affermano che non saranno solo i pinguini a beneficiare dei cambiamenti climatici (per una volta favorevoli) sulle coste nord occidentali delle Galapagos: altri animali, come foche e iguane marine, che si nutrono e si riproducono in prossimità delle acque fredde, potrebbero aumentare la loro popolazione. “Il nuovo studio mostra come i cambiamenti su larga scala del clima possono agire a livello locale”, ha detto Michelle L’Heureux, climatologa della National Oceanic & Atmospheric Administration, “e anche se è importante valutare gli effetti globali del cambiamento climatico, per gli animali e le piante ciò che conta è la piccola scala”.

I pinguini africani nell’isola di Mandela. Altro continente, altra storia. L’Università inglese di Exeter ha dimostrato che il divieto assoluto di pesca lungo le coste di Robben Island, in Sudafrica, ha comportato un aumento del 18% del tasso di sopravvivenza dei pulcini di pinguino africano. Un successo nella conservazione della biodiversità: si tratta dell’unica specie tra i pinguini a riprodursi nel continente. Una specie che, come quella delle Galapagos, corre seriamente il rischio di estinguersi ed è finita nella red list dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, la storica Ong con sede in Svizzera.

I pinguini africani si nutrono di sardine e di acciughe, pesci ambitissimi dalla pesca intensiva. La disponibilità di cibo è calata tanto da causare una diminuzione del 69% della popolazione in soli 12 anni. “Il nostro studio”, spiega il biologo inglese Richard Sherley, “dimostra che istituire anche delle piccole zone no-take (nelle quali è vietato pescare) può contribuire a far crescere il tasso di sopravvivenza dei pulcini”. Un obiettivo, sembra di capire, che andrebbe perseguito associando al controllo della pesca commerciale anche altre misure di protezione. È necessario considerare altri fattori, come alcuni cambiamenti su larga scala in ambiente marino, che hanno causato uno spostamento delle zone di riproduzione delle sardine e delle acciughe. Questi pesci si sono spostati più a est rispetto a due decenni fa e, per gran parte dell’anno, sono fuori dalla portata delle colonie di pinguini della costa occidentale del Sudafrica. Anche la catastrofe ambientale del 23 giugno 1999 (l’affondamento di una nave cargo, e il conseguente sversamento in mare di petrolio) ha contribuito a falcidiare la colonia, che allora contava 23mila esemplari.

Robben Island non è soltanto un’oasi ecologica degna di entrare nel prestigioso elenco del world heritage dell’Unesco; è anche, da secoli, un’isola penitenziaria. E qui sorge il carcere nel quale Nelson Mandela trascorse 18 dei 27 anni della sua prigionia. Chissà se il canto stridulo dei pinguini africani consolò, di tanto in tanto, il premio nobel per la pace, primo presidente del Sudafrica del post-apartheid, nei lunghi anni vissuti dietro le sbarre. Fosse anche soltanto per questa ragione, varrebbe la pena provare a salvarli.

Pinguini di Magellano. Il pinguino di Magellano è il simbolo della Patagonia e può essere osservato tra Terra del Fuoco, isole Falkland, Brasile (nell’Oceano Atlantico) e Perù (nell’Oceano Pacifico). Le colonie più numerose si ritrovano nella Terra del Fuoco: a Punta Tombo, nello Stretto di Magellano e nel canale di Beagle. Centinaia di migliaia di coppie nidificano in questa lande deserte, ogni anno, tra settembre e novembre. Depositano le uova, le covano, nutrono i piccoli (due al massimo per coppia) e poi li vedono andar via per mare. Poi anche gli adulti tornano verso Nord: gli ultimi se ne vanno ad aprile, prima che arrivi l’inverno australe.

Anche alla fine del mondo, tuttavia, il cambiamento climatico sta uccidendo i pulcini della più grande colonia di pinguini di Magellano, quella di Punta Tombo, nella Patagonia argentina. E non è solo la penuria di cibo a ucciderli, ma sono anche temporali sempre più frequenti e intensi e il caldo eccessivo. La mortalità è altissima: nei 27 anni dello studio dell’università di Washington-Seattle e della Wildlife Conservation Society, è morto in media il 65% dei pulcini. Tra questi il 40% muore di fame.

I biologi P. Dee Boersma e Ginger A. Rebstock affermano che “per due anni la pioggia è stata la causa più comune di morte uccidendo il 50% e il 43% dei pulcini. Per 25 anni la grande mietitrice è stata la fame. Fame e predazione erano sempre presenti e le tempeste sono state mortali in 13 dei 27 anni”. La mortalità dei pulli di pinguino durante le tempeste si aggiungeva al numero di pulcini affamati o predati. L’età della maggior parte dei pulcini morti nelle tempeste era tra i 9 e i 23 giorni; le tempeste con piogge più intense hanno colpito sia i pulli più anziani che i pulcini più piccoli. Invece le alte temperature hanno ucciso i neonati fino a 70 giorni. Insomma, una strage. E le dinamiche di queste morti sono agghiaccianti: i pinguini adulti arrivano nel sito di riproduzione sempre più tardi, probabilmente perché anche i pesci di cui si nutrono ritardano la loro comparsa. Così, quando sopraggiungono le tempeste di novembre e dicembre, i pulcini muoiono di ipotermia anche se i genitori fanno di tutto per salvarli: troppo grandi per potersi riparare sotto il corpo di mamma e papà sono ancora ricoperti dal piumino lanuginoso che si inzuppa di pioggia. Quando è troppo caldo i pulcini, senza le piume impermeabili degli adulti, non possono tuffarsi in mare per rinfrescarsi.

I cambiamenti climatici hanno abbassato il successo riproduttivo dei pinguini di Magellano e secondo i biologi è probabile che stiano minando la resistenza di molte altre specie. Anche nella Terra del Fuoco, come in Africa, la regolamentazione della pesca e l’istituzione di un’area marina protetta consentirebbero un po’ di respiro a questi uccelli nuotatori che, assieme ai racconti di Bruce Chatwin e di altri celebri viaggiatori, contribuiscono ad alimentare l’immaginario di chi, per una volta nella vita, desidera raggiungere queste terre selvagge.